Paolo Saporiti presenta “Alone”
Potrebbe essere il disco dell’anno. E’ la prima cosa che viene da pensare quando si ascolta “Alone” di Paolo Saporiti. Un album intenso, emozionante, suggestivo e incredibilmente originale. Di quelle opere che, purtroppo, oggi si fatica a scovare e ascoltare. Però ne esistono ragazzi e l’album di Saporiti ne è un’ottima testimonianza. Tanto che la Universal non se l’è di certo fatto scappare. E come poteva.
“Questi sono ancora embrioni di canzone. Da lavorare ce n’è però…I cantautori comunque sono morti e forse lo è anche la musica!” questo il commento che il proprietario del più importante rivenditore di dischi del Nord Italia regala a Paolo Saporiti quando si presenta da lui con un’audiocassetta contenente 13 brani. Era il settembre del 1989. Quante storie sono passate da allora nella vita di Paolo, autore milanese che si è fatto strada nel mondo delle “indie alternative”!
Saporiti è un artista con la “A” maiuscola e ve lo posso dire perché l’ho ascoltato in un live acustico durante la presentazione del suo album, “Alone”, primo lavoro con una major. Si perché questo autore dalla voce graffiante, sottile e sussurrata ha all’attivo già due dischi da solista con la Canebagnato Records, “The restless fall” e “Let it happens…” e uno nel trio Don Quìbol con la stessa casa discografica milanese. Oggi, però, è entrato nella famiglia della Universal Music Italia, attenta a non farsi scappare un artista di questo calibro che di certo di soddisfazioni saprà darne a loro e a chi ama la musica di qualità. Quella vera però.
“Alone” è un disco sussurrato, intimistico, intenso, raffinato. E’ il frutto di un percorso. Quello di Saporiti che i testi li sente ancor prima di scriverli. “La mia strada l’ho percorsa dall’interno. Ho abitato la musica. Ho vissuto in un mondo, musicale, creato dagli altri” racconta parlando della sua musica. E gli altri chi sono? Nick Drake, di cui Paolo potrebbe essere una trasposizione in chiave moderna, John Martyn, Bruce Cockburne, Jackson Browne, James Taylor e Joni Mitchell. Senza dimenticare Jeff Buclkey. Autori che di certo non tutti sanno ascoltare e comprendere. Paolo ha saputo farlo. Ha tratto le atmosfere di quei mondi paralleli e le ha fatte sue non copiandole, certo che no, ma tramutandole nel suo mondo. Un percorso da autodidatta nato dall’esigenza di parlare con se stessi. “Volevo fare psicanalista perché ho sempre ritenuto la psicologia un’esigenza in alcuni momenti della mia vita” racconta Saporiti “Avevo la presunzione di controllare le cose. Poi ho compreso che il successo vero è arrivare a vivere le cose, a lasciarle andare. La psicologia risolve le domande che ti poni. Ad un certo punto l’ho vissuto come un pericolo e me ne sono allontanato. Non ho nemmeno finito l’Università, mancherebbe solo la tesi. Sono arrivato a comprendere che l’artista, in quanto tale, si pone delle domande e le risposte sono nelle canzoni”. Un percorso affascinante che nelle canzoni si sente eccome. Saporiti ha una sua visione della vita, delle cose che accadono e della morte. Il suo album doveva intitolarsi “I could die alone”, un titolo decisamente forte che rendeva protagonista la morte, immenso tabù per la società contemporanea. Ma non per Paolo che la definisce “un bene se diventa creativa. E’ una ricchezza immensa se si ha la forza di affrontarla”.
Alone è tutto questo: pensieri, emozioni, suggestioni, paure, certezze. “Alone” è Saporiti che parla a se stesso. Ascoltarlo significa parlare un po’ anche con noi stessi. Per questo è un album che va gustato nella propria intimità, a voi decidere quale sia il momento giusto. Tanto l’effetto sarà sicuramente di coinvolgimento totale e assoluto. Vi troverete in una dimensione che vi apparirà nuova ma che di fatto riconoscerete a tratti. Alone è un progetto che non tradisce ma conquista.
Dodici brani di cui uno solo in italiano, “Gelo“, che è anche tra i più intensi. Dodici pezzi caldi, raccolti, colorati in cui si viene travolti dalla voce di Paolo ma anche dal violoncello di quell’altrettanto straordinario artista che è Zeno Gabaglio. Ma non solo, nel disco Teho Teardo, compositore di colonne sonore quali “Il Divo” e “La Ragazza del Lago”, suona diversi strumenti tra cui piano rhodes, chitarre, glocknspiel, basso ed elettronica. Suoi sono gli arrangiamenti cosi come l’orchestrazione di un quartetto d’archi.
Un’ultima nota per la cover. Una foto di Paolo rielaborata pittoricamente da Dario Ballantini. I due si sono conosciuti dopo una mostra di Ballantini ed è nata subito una sintonia che ha dato origine a questa interessante collaborazione.
E ora vi lascio con la tracklist dell’album.
I could die alone
A real love
Rotten flowers
Woe
They’re comin’ to take me first
Haven’t you heard?
Love radio
Fever
Talk to the devil
Look into my eyes
Wishing
Gelo
Il primo singolo estratto dall’album è “Rotten Flowers” il cui videoclip sarà realizzato da Virgilio Villoresi e Luca Barutta.





















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Commenti (1)
grazie assunta! ho seguito il tuo consiglio e comprato l’album è semplicemente pazzesco….
un’emozione unica….
grazie davvero!